The Sea of Faith. La perdita della fede

Un racconto senza urgenza. Parte 3

Continuo il racconto, sapendo di essere via via più vulnerabile.
The Sea of Faith
Was once, too, at the full, and round earth’s shore
Lay like the folds of a bright girdle furled.
But now I only hear
Its melancholy, long, withdrawing roar…
— Matthew Arnold, Dover Beach
L’immagine del mare che si ritira, lasciando la terra scoperta e abbandonata di questa poesia di Matthew Arnold, descrive bene come mi sono sentita. Non una decisione, non un gesto di ribellione, ma un risveglio spaventoso.
Quando si gioca a Jenga e inizi a togliere un mattoncino alla volta, la struttura vacilla, ma cerchi di mantenerla in piedi, con attenzione: reinterpretando, sfumando le affermazioni più difficili da accettare. Cerchi di tener su la torre, disperatamente, finché a un certo punto ti rendi conto di quante dissonanze cognitive devi sostenere per continuare a credere in Dio. Quante giustificazioni dovevo ancora trovare al suo silenzio, alla sofferenza, alle contraddizioni tra ciò che mi era stato insegnato e ciò che vedevo nella Chiesa e nel mondo? Per salvare l’idea di Dio, dovevo continuamente correggere la realtà.
E poi c’era Gesù. Il Figlio che avevo scelto di seguire fin dentro alla vita religiosa continuava ad apparirmi una figura affascinante, ma nelle sue parole non trovavo prove della sua natura divina e men che meno del suo interesse a fondare una religione, inoltre quanto di ciò che amavo era in realtà una mia proiezione su di lui?
Nel frattempo, la mia formazione sociologica tornava a interrogarmi. I bisogni a cui la religione risponde sono troppo chiaramente correlati con l’invenzione di un dio trascendente: il bisogno di senso, di un ordine morale, di appartenenza, di protezione di fronte all’incertezza e alla morte. Dall’inizio dei tempi, noi esseri umani abbiamo creato un numero quasi infinito di dei e dee, che sono nati e morti con le nostre civiltà: quello che avevo adorato io era solo uno dei tanti, uno che si adattava al mondo in cui vivevo più di altri.
Non era una singola obiezione a far crollare tutto. Era il fatto che, una volta riconosciuti tutti questi meccanismi, non riuscivo più a non vederli, la torre era di fatto già crollata quando io ancora mi affannavo a cercare di tenerla su.
Non importa quanto abbia amato il mondo in cui vivevo, quanto mi abbia dato sicurezza e significato: quando ne riconosci la struttura, non puoi semplicemente decidere di tornare a crederci. E non ci sono scorciatoie, nuove teologie da inventare pur di restare al sicuro, dentro il recinto.
Semplicemente, il mare si era ritirato. Il cielo è immenso e vuoto. Mi ritrovavo sola, in un universo senza senso prestabilito e senza uno scopo assegnato dall’alto.
È un tipo di buio che solo chi lo ha attraversato conosce. Per molti è l’inizio del nichilismo e della disperazione, ma io ero e sono innamorata della vita e dei miei affetti, quindi dovevo trovare una strada.

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